gen 26

Ebbene sì: sono l’unico consigliere regionale lombardo ad avere rinunciato all’iPad2, gentilmente offerto dalla Presidenza a spese (complessivi 50.000 euro) dei cittadini.

Lo ha rivelato ieri sera a La Zanzara, su Radio 24, il presidente del Consiglio regionale, il leghista Davide Boni. Che ovviamente si guarda bene dal riconoscere ad un cattivone dell’Italia dei Valori il significato di quel piccolo gesto di rinuncia. Figurarsi: servirebbe un grammo di onestà intellettuale, materia di cui il nostro pare proprio non disporre. Sapete allora che cosa si è inventato, il Boni? Mossa numero uno, screditare il rompiballe: “Sola ha rinunciato all’iPad perché voleva anche le applicazioni gratis” (bello stronzo, ‘sto Sola!). Mossa numero due, giustificare alla bell’e meglio l’ennesimo, odioso privilegio: “L’iPad è uno strumento indispensabile, senza il quale non si riesce più a lavorare in Consiglio regionale”.

Bene: in poche righe documenterò la spudorata “Castaggine” dei legaioli e, già che ci sono, anche il pelo sullo stomaco del Boni. Il consigliere regionale privo di iPad è davvero ridotto all’impotenza operativa? Un chirurgo senza bisturi? Un tassista a secco di benzina? Un Bossi senza rutti, dita medie e pernacchie? Balle. Il discorso reggerebbe se esistesse una qualche mirabolante e irrinunciabile applicazione (di quelle, appunto, che girano solo su iPad) finalizzata alla cosiddetta “dematerializzazione degli atti”, cioè al fatto che si stampi meno carta. Ecco da dove nasce il mio riferimento ad un’eventuale app dedicata agli atti consiliari. Sapete, invece, come vengono diffusi questi documenti? Via e-mail e web: roba che non richiede certo la disponibilità di un iPad ma che, anzi, funziona a meraviglia con l’uso del personal computer. Anch’esso, peraltro, graziosamente donato a tutti consiglieri (sempre a spese dei cittadini) sin dall’inizio della legislatura.

Quanto allo spirito della mia decisione di rispedire al mittente il gioiello tecnologico della Mela (decisione a cui avevo evitato di dare pubblicità per non dover sopportare le solite accuse Castaiole di strumentalizzazione e demagogia, vedi un po’ che pirla!) mi pare che la lettera con cui comunicavo a Boni la scelta di rinunciare all’iPad sia chiarissima. Facevo infatti riferimento all’”esigenza di limitare il più possibile i costi in capo alla pubblica amministrazione”. Mentre era forse un po’ ingenua la premessa sulla presunta “intenzione di agevolare il nostro lavoro”. Ecco. Questo, dopo l’ultima trovata di Boni, impareggiabile druido della Casta padana, oggi non lo riscriverei.

Se quanto sopra non vi bastasse, date un occhio a questi link: il mio comunicato stampa e la lettera con cui rispedivo a Boni il mio (anzi, il vostro) iPad.

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gen 25

Le cinque stelle di Beppe Grillo, se non ricordo male, corrispondono ad acqua, ambiente, energia, trasporti e sviluppo. Una costellazione, quella del Grillo, che proietta luce nuova sul domani anche senza bisogno di astrologare. Che poi, di questi tempi, più che divinare il futuro serve saper leggere il presente, specialità in cui Beppe si è sempre distinto. Ecco perché sorprende la sua uscita sui nuovi italiani, i figli di stranieri che nascono qui da noi.

Concedere loro la cittadinanza, secondo il leader del M5S, non avrebbe senso. Anzi, precisa, a ben pensarci un senso ce l’ha: distrarci dai problemi reali per trasformarci tutti in tifosi. Come se non fosse un “problema reale” l’incapacità di abbracciare i nuovi italiani, garantendo a noi stessi energie da trasformare in motore di sviluppo ed a loro, in contropartita, una promessa di civiltà. E come se non rappresentasse un dramma terribilmente concreto l’intolleranza, intrisa di razzismo, con cui la Lega ha ripreso a concimare le terre padane. Proprio sicuro che ad innescare dinamiche da stadio sia la volontà di accogliere i figli di stranieri nati in Italia e non, piuttosto, le intemperanze degli ultrà verderamarro?

Chissà, forse l’angolo di cielo del M5S va esplorato ancora un po’ fino a scoprirne una nuova, di stella, giovane e brillante: la stella della piena integrazione e dell’accoglienza responsabile.

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gen 22

Il solito Bossi: grezzo, volgare, violento ma anche viscido come una serpe. Il volto più rappresentativo del nord peggiore ha guidato “alla Bossi” la manifestazione legaiola di Milano. Ha mixato, cioè, gli stantii slogan razzisti e secessionisti con i minuetti appresi nelle stanze più recondite degli odiati (a parole) palazzi romani.

Un esempio fra i tanti? La proposta a Berlusconi di uno scambio di ostaggi: “Tu scarica Monti e io concedo a Formigoni di arrivare a fine legislatura”. Tutto ha un prezzo, insomma. Persino tollerare il marciume formigoniano rimanendovi immersi fino al collo come fa la Lega, nonostante il lezzo crescente, da dodici anni a questa parte. La questione morale al Pirellone? Esiste, eccome: “Ne stanno arrestando uno al giorno” ammette Bossi. Che poi aggiunge: “Presidente, ricorda, i soldi della Regione sono i soldi dei lombardi!” Già. Ne stanno arrestando uno al giorno, i ladroni continuano a svuotare per gli affaracci loro la cassaforte della locomotiva d’Italia e tuttavia, sembra ammiccare l’Umberto, posso continuare a chiudere un occhio. Il Formigaio non verrà toccato dal carroccio se Berlusconi si allontanerà da Monti.

È il mercatino delle pulci in salsa padana, che contempla il baratto e fors’anche il furto con destrezza. Per informazioni rivolgersi al disonorevole Cosentino, sospettato di camorra e salvato proprio dalla complicità della tribù celtica.

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gen 16
Dicono, dalle parti del PidielLega, che il Consiglio regionale della Lombardia rappresenta “la terza Camera d’Italia”, che la nostra regione spicca in tutte le graduatorie di eccellenza, che siamo i più bravi e i più fighi, che quel gran genio del Formigoni ha trasformato ’sto pezzo di Nord nella motrice d’Italia e fors’anche d’Europa, e via declamando… I numeri invece, ahinoi, dimostrano che se c’è una classifica in cui stravinciamo è quella dei politici arrestati e indagati. Roba da far impallidire i territori mafiosi, ‘ndranghetari e camorristi per definizione (definizione che varrebbe la pena di aggiornare, ma questa è un’altra storia…)

Il Celeste governatùr, sinora, se l’è cavata col solito sorriso vaselineggiante e quel vecchio ritornello: “Responsabilità individuali, gente a me politicamente lontana; ammirate piuttosto i risultati mirabolanti della mia mirabolantissima azione di governo e lasciatemi in pace”. Ecco, dopo la notizia dell’ordine di arresto a carico di Massimo Ponzoni, il Formiga dovrà inventarsi qualcosa di diverso. Perché il Ponzoni (ex assessore all’ambiente ed oggi membro dell’ufficio di presidenza del Consiglio) è da sempre uno degli uomini a lui… pardon, a Lui, con la doverosa maiuscola, più vicini. Perché il Ponzoni è un architrave del terribilmente maestoso tempio del potere ciellino. Perché il Ponzoni è un braccio, forse pure destro, del Formigoni. Amen.

Già me li sento, gli avvocati dei bellieforti, provare a intortarci che “si tratterebbe di bancarotta fraudolenta, di reati commessi con la cravatta da imprenditore, mica con quella da politico” e via arringando. La verità vera è un’altra. È che Formigoni – eletto per la quarta volta in spregio delle leggi e delle firme farlocche – dovrebbe finalmente rispondere di una colpa gravissima: aver riempito un’istituzione-chiave di loschi figuri (loschi ma svegli e, probabilmente, utili). Aver travestito il malcostume e la gestione puttananiera del potere con l’abito di scena dell’efficienza e di valori alti, altissimi, santi e santissimi.
La soluzione? Una sola che scrivo così, come si scrivono i tormentoni che inondano twitter, il “social” più rivoluzionario: #Formigonidimissioni.
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gen 12

Neanche Mike Tyson avrebbe saputo fare di meglio. Ci siamo beccati un uno-due sul grugno che non ci mette al tappeto solo perché, dopo vent’anni di berlusconismo, siamo in grado di incassare pure le martellate. Nel giro di un’ora o poco più, prima la Corte Costituzionale ha cancellato la speranza di modificare la legge elettorale con i referendum richiesti da 1milione200mila italiani; poi la Camera dei “deputati in saldo permanente” ha salvato dall’arresto il disonorevole Cosentino.
Anno nuovo, vita vecchia. A godere sono gli intrallazzoni di Palazzo, che continueranno ad iniettare il Parlamento di scorie tossiche, ed i troppi esponenti della Casta usi a banchettare gomito a gomito con i manager dell’impresa più ricca d’Italia: la mafia.
Tutto nero, dunque? Beh, a ben guardare una notizia positiva c’è: la Lega ha deciso di suicidarsi. Già debilitata da rivalità interne e scandali, dopo la clamorosa retromarcia sulla vicenda Cosentino ha ratificato il divorzio da chiunque sia dotato della benché minima facoltà d’intendere e di volere. Persino nel caso di Bossi l’ipocrisia politica ha un limite. Che, ’stavolta, è stato abbondantemente superato. Pace all’animaccia loro.

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gen 11

Che ne dite di inaugurare il 2012 del Pirellone con una graduatoria nuova di zecca? Vi va di assegnare il premio “Sogni d’Oro”? Già, perché dovete sapere che la giunta Formigoni include di tutto un po’: gente che lavora, rispetta statuto e regolamento regionale, riconosce il valore del lavoro profuso dalle opposizioni e la dignità dei cittadini che in esse si riconoscono. Ma anche qualche assessore dormiente, che tra un impegno istituzionale e l’altro evidentemente si concede lunghi pisoli anziché, ad esempio, rispondere alle interrogazioni dei consiglieri regionali. Per quanto mi riguarda sono ben 23 le interrogazioni ancora senza risposta, 11 delle quali presentate più di due mesi fa.

Fra tutti i componenti della giunta formigoniana dolcemente assopiti, il premio “Sogni d’Oro” spetta di diritto a Raffaele Cattaneo, delega a Trasporti e Mobilità, che sembra essersi perso, tra i suoi mille impegni, questioni come gli effetti collaterali del crescente traffico aereo ad Orio al Serio e le istanze dei comitati di cittadini. O i problemi logistici di Trenord e i disagi sulle linee ferroviarie, ferita apertissima anche a causa del continuo aumento del prezzo dei biglietti. Sul podio, accanto all’assessore ai Trasporti compare Marcello Raimondi, assessore all’Ambiente e delegato alla risoluzione della lunga lista di problemi sorti, ad esempio, dai Piani cave. Con loro, naturalmente, l’immancabile “Celeste” Formigoni, che quando si tratta di affrontare i temi più spinosi tende a sfuggire alle proprie evidenti responsabilità politiche.

Insomma, la cricca ciellina che governa la Lombardia sembra davvero degna di scenari alla Philip Dick, in cui chi comanda riesce a dominare l’opinione pubblica attraverso un abile stuolo di comunicatori, ma che nella gestione dei problemi concreti denota contraddizioni e un’enorme mole di lavoro inevaso. A fronte di stipendi d’oro e immancabili auto blu.

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gen 10

Gli sperperi della politica? Compensi record, auto blu, vitalizi: tutto ‘sto bendidio, certo. Ma in cima alla lista oggi più che mai, alla luce delle rivelazioni sulle allegre operazioni Made in padania, dovremmo metterci il finanziamento pubblico dei partiti. Che a seguito del referendum abrogativo datato ’93 cambiò nome in quattro e quattr’otto, diventando “rimborsi elettorali”. In quell’occasione i partiti dimostrarono una straordinaria tempestività nel modificare forma del salvadanaio senza perdere – in spregio della volontà popolare – neppure una goccia dell’abituale cascata di soldi pubblici. Ci pensate se avessero usato la stessa furia per rivedere, che so, la legge elettorale?

A quei fenomeni della Lega, forti degli epocali trascorsi sotto le insegne di Credieuronord (la banca del carroccio fallita miseramente) dobbiamo riconoscere di avercela messa tutta per indurre nei cittadini – padani e no – l’ennesimo giramento. Oltre un milione di euro, passato dalle tasche degli italiani alle casse di Umberto Bossi, è stato investito in qualche fondo a Cipro. Un altro milioncino volato in Norvegia. E, soprattutto, quei  4,5 milioni finiti nientemeno che in Tanzania… Soldi che in teoria sarebbero dovuti servire ad affiggere manifesti, stampare volantini, pagare sedi periferiche e comperare ettolitri di vernice verdepisello.

Che fare, dunque? Semplice: azzerare i rimborsi elettorali senza limitarsi a cambiar loro, per l’ennesima volta, nome o vestito. E prevedere semplici agevolazioni (spazi di affissione gratuiti, tipografie pubbliche in cui produrre gli stampati, spazi di comunicazione radiotelevisiva a costo zero ecc.) a beneficio di tutte le forze politiche. Sarebbe così semplice… Tanto semplice che, purtroppo, non si farà mai.

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gen 08

Sarà l’anno, pure bisesto, su cui aleggia l’improbabile profezia Maya. Saranno dodici mesi in cui rischiamo di assistere all’avvitamento della crisi economico-finanziaria, con le incognite potenzialmente implosive dovute al mix tra recessione e tensioni sociali. Ma, vivaddio, ci troviamo anche all’inizio di una stagione fondamentale per la costruzione del centrosinistra (e dell’Italia) che verrà. Partendo dalla foto di Vasto, quella che immortalò la stretta di mano fra Di Pietro, Bersani e Vendola? Certo. Ma senza considerarla fredda e intangibile come un affresco. Trasformiamola piuttosto nel primo fotogramma di una pellicola ancora tutta da sceneggiare, la premessa – e la promessa – di un percorso politico innovativo.

L’architrave di quest’alleanza sarà, come ovvio, il PD. Che però nei prossimi mesi dovrà sintonizzarsi con la gente, la gente vera. Mica i lobbisti in doppiopetto o in paramenti sacri, i banchieri e le volpi dell’alta finanza, gli amici dei berlusconi, degli alfani, dei casini e fors’anche dei monti. La gente vera è quella in cerca di rappresentanza, quella che riempie le piazze ed i social network. Che si mette in coda ai banchetti per firmare i referendum e le proposte di legge d’iniziativa popolare. I lavoratori da milleduecento euro al mese, i precari, i disoccupati. Gli scoraggiati e gl’incazzati. I giovani, i pensionati e chi paga le tasse fino all’ultimo centesimo. Le donne e gli uomini che regalano la propria energia al volontariato ed ai movimenti. I piccoli imprenditori, gli artigiani, i commercianti insidiati dai mega-centri commerciali h24. È chi ritiene che il rispetto della terra, dell’aria e dell’acqua meriti le prime pagine dei programmi politici. Quel popolo crescente che oggi si riconosce nei Di Pietro e nei Vendola o – per rimanere al PD – nei Parisi, nei Civati, nei Chiamparino piuttosto che nei D’Alema, nei Letta e nei Fioroni.

Scriviamolo insieme questo film, il film del futuro, magari trovando il coraggio di cambiare il volto di qualche attore protagonista. Se non ora, quando?

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